{"id":154,"date":"2022-05-23T15:21:54","date_gmt":"2022-05-23T13:21:54","guid":{"rendered":"https:\/\/antoniotonelli.info\/?page_id=154"},"modified":"2022-05-26T15:38:55","modified_gmt":"2022-05-26T13:38:55","slug":"una-scelta-di-campoil-realismo-lombardo-di-antonio-tonelli","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/antoniotonelli.info\/index.php\/una-scelta-di-campoil-realismo-lombardo-di-antonio-tonelli\/","title":{"rendered":"Una scelta di campo<br>Il realismo lombardo di Antonio Tonelli"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Felice Bonalumi, 2011<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Cinquant\u2019anni e oltre di lavoro, dunque un arco di tempo che copre la qua\u00adsi totalit\u00e0 del secondo Novecento, e una grande fedelt\u00e0 al <em>fare pittura <\/em>come <em>luogo <\/em>privilegiato di indagine sulla realt\u00e0. In altre parole, come impegno nei confronti di se stesso, della societ\u00e0 e, quindi, anche nei nostri confronti che le sue opere guardiamo o, meglio, che sulle sue opere riflettiamo.<br><br>Cos\u00ec in estrema sintesi si pu\u00f2 riassumere il percorso artistico di Antonio Tonelli e il <em>fare pittura <\/em>appena indicato significa innanzitutto fedelt\u00e0 a tele e pennelli quali strumenti di lavoro, a forme, colori, disposizione dei soggetti sulla su\u00adperficie del quadro come punti di riferimento. Insomma, Antonio Tonelli \u00e8 un pittore che lavora come tradizione vuole e, viene voglia di scrivere, non \u00e8 poco, men che meno \u00e8 un\u2019annotazione negativa, ma va sottolineata, consi\u00adderando quanto oggi sia in poca considerazione la tradizione stessa e quanti facili entusiasmi suscitino modi altri e diversi di lavorare.<\/p>\n\n\n\n<p>La conferma viene dai tanti disegni che <em>animano <\/em>il suo studio, perch\u00e9 spesso i suoi quadri nascono da quella che si pu\u00f2 definire una \u201criflessione pratica\u201d, cio\u00e8 da una serie di disegni che avvicinano, entrano nel soggetto che vuo\u00adle rappresentare e, prova dopo prova, portano al quadro finito o rimangono come testimonianza di uno stile di lavoro serio e severo.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo dico in altro modo: l\u2019impegno di una vita non \u00e8 mai diventato manifesta\u00adzione di eccentricit\u00e0, pi\u00f9 o meno spinta, pi\u00f9 o meno accondiscendente con i gusti, o presunti gusti, del pubblico, ma \u00e8 sempre stato equilibrata, e non per questo poco profonda, ricerca intorno all\u2019uomo e al suo essere qui sulla terra e al suo guardare altrove.<\/p>\n\n\n\n<p>E con quest\u2019ultima affermazione ho gi\u00e0 scoperto, per cos\u00ec dire, le mie carte. Se il compito del critico \u00e8 di inserire un autore nel suo contesto e di indicare un\u2019\u201cappartenenza\u201d, credo che Antonio Tonelli possa essere considerato un rappresentante del realismo lombardo. Questo mi pare sia l\u2019orizzonte in cui si apre e si sviluppa la sua pittura. Il che significa anche che quanto deve essere valutato non \u00e8 solo e non \u00e8 tanto l\u2019aderenza a questa \u201cscuola\u201d, ma semmai lo sviluppo interno, il percorso personale della sua pittura. Perch\u00e9, e lo scrivo subito, uno sviluppo c\u2019\u00e8 ed \u00e8 quanto mai interessante.<\/p>\n\n\n\n<p>Realismo lombardo: assumo questa categoria in senso lato, come pittura sal\u00addamente ancorata al dato reale, visibile, immediatamente comunicabile in quanto immediatamente riconoscibile dal lettore. Dato reale che si snoda in tutte le sue sfumature, bellezza e bruttezza, ricchezza e miseria, male e bene, senza che nulla sia rifiutato a priori. Seguendo la grande lezione di Roberto Longhi, anche il lavoro di Antonio Tonelli si pu\u00f2 definire una pittura fatta di corpi, e ricordo che la parola <em>corpo <\/em>si collega da un lato all\u2019armeno <em>kerp <\/em>nel senso di forma, immagine, e dall\u2019altro alla radice indo-germanica <em>kar<\/em>, cio\u00e8 fare, comporre.<\/p>\n\n\n\n<p>La conquista della figura, dunque, come cifra distintiva della sua arte: e di conquista si tratta. Infatti il primissimo quadro che, quasi riluttante, il Maestro mostra nel suo studio \u00e8 un materico del 1958 dal titolo <em>Candele al tempietto dell\u2019Annunziata<\/em>. Frutto della frequentazione prima \u201cclandestina\u201d, in pratica dalla finestra che dava sul ballatoio, e poi ufficiosamente ammesso nello studio di Remo Bianco. Allora Antonio Tonelli, che aveva una quindicina d\u2019anni, non pensava di <em>fare il pittore<\/em>, ma, comunque sia, l\u00ec impara l\u2019amore per la materia, gli acrilici, i polimaterici e indubbiamente la sua pennellata dimostra sempre il rigore della dimensione plastica e l\u2019urgenza di darci la presenza solida, qua\u00adsi fisica degli oggetti rappresentati. Nella infinita variet\u00e0 delle sfumature, sia chiaro, e nella predilezione di tonalit\u00e0 calde con il rosso, il verde e il giallo quali colori prevalenti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><br>Una pittura di cose<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sta di fatto che, dopo questo primo incontro con la pittura, la virata verso la figurazione \u00e8 quasi immediata e mai pi\u00f9 abbandonata. Con un\u2019altra felice cir\u00adcostanza che lo <em>piega <\/em>definitivamente al lavoro d\u2019artista. Infatti, su insistenza dell\u2019amico pittore e poeta Danilo Pinotti, porta un quadro a una mostra e\u2026 l\u2019amico vince il primo premio e Antonio Tonelli il secondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il destino ha segnato la strada, e appartenere alla scuola lombarda significa anche e soprattutto ricercare e creare una propria iconografia personale. Ed \u00e8 quello che Antonio Tonelli fa con una scelta di campo chiara, a cui rimane fedele e che si pu\u00f2 seguire attraverso i cicli pittorici che ne hanno contraddi\u00adstinto le varie stagioni artistiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Non voglio lasciare senza la giusta sottolineatura lo svolgersi del lavoro di Antonio Tonelli, non per singoli quadri, ma per cicli pittorici. L\u2019appropriazione della realt\u00e0 non \u00e8 mai in lui <em>uni-voca<\/em>, cio\u00e8 non \u00e8 mai ricerca di una caratteri\u00adstica predicabile per l\u2019intera realt\u00e0 che il pittore, onnisciente o scaltro profeta, ci offre. La realt\u00e0 \u00e8 <em>multi-forme <\/em>e ogni oggetto ha in s\u00e9 l\u2019intera realt\u00e0 e una sua particolarit\u00e0 che ci fa da veicolo verso la comprensione o, meglio, verso il nostro tentativo di comprensione. Per questo i particolari sono cos\u00ec importan\u00adti nei quadri di Antonio Tonelli, ma dicono anche che gli oggetti, in quanto portatori di valori unici, particolari appunto di quell\u2019oggetto, e universali, cio\u00e8 di tutta la realt\u00e0, sono ci\u00f2 che ci salva dal nichilismo. Antonio Tonelli non ci propone mai una realt\u00e0 frammentata e senza senso, non cede mai alla lusinga del relativismo come incapacit\u00e0 di decifrazione del reale: all\u2019opposto ci d\u00e0 una realt\u00e0 che \u00e8 qui e ora in quanto composta di oggetti che appaiono e che noi, con tenacia e umilt\u00e0, dobbiamo comporre in quel senso ultimo che \u00e8 ricerca e mai punto di arrivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Pittura di cose, dunque, il che ribadisce l\u2019iconografia personale come mo\u00admento centrale di analisi. Ebbene, anche in questo caso, con assoluta fedelt\u00e0 Antonio Tonelli propone un\u2019iconografia di cose \u201cminori\u201d, ma mai marginali, di uomini e oggetti che segnano la quotidianit\u00e0 nel senso che lasciano traccia del loro passaggio, di povere cose comuni a tutti o almeno alla stragrande maggioranza di noi.<\/p>\n\n\n\n<p>Un frammento di Eraclito, che cito a memoria, recita pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u201cQuale spazzatura gettata a caso, il pi\u00f9 bello dei mondi.\u201d Il richiamo a Eraclito, per altro, non \u00e8 fuorviante perch\u00e9 da un lato Antonio Tonelli propone le cose nel momento in cui sono abbandonate o altro dall\u2019immagine dominante a livello collettivo (ad esempio <em>Composizione campestre <\/em>del 1963, con un interessante cromatismo verde-azzurro, collage e strappi, in contrapposizione alla citt\u00e0 pie\u00adna di luce e di luci), nel momento in cui le cose stesse sono fuori dal ciclo della vita, eppure sono ancora l\u00ec, presenti, con un loro significato che, sempre ricor\u00addando Eraclito, \u00e8 nelle sue linee generali il ciclo vita-morte-vita. Lavandini che a malapena si ricordano di essere stati bianchi e in cui sgocciola acqua, jeans strappati, cicche e pacchetti di sigarette abbandonati sulla strada, l\u2019ombrello rotto, il giornale stropicciato (e l\u2019elenco potrebbe continuare a lungo) non sono gli oggetti abbandonati di una critica alla societ\u00e0 dei consumi: sono la nostra vita, sono parte integrante della nostra esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo dico in altro modo: gli oggetti in Antonio Tonelli sono \u201cabbandonati\u201d nel significato di essere in bal\u00eca di qualcosa o di qualcuno, sono cio\u00e8 in potere di altro e\/o altri, ma sono, quindi vivono, esistono.<\/p>\n\n\n\n<p>Le stesse figure di proletari (stupendi il <em>Giovane che si lava<\/em>, 1981, e <em>Il ragazzo dell\u2019orto<\/em>, 1983), gli strumenti del lavoro manuale (<em>La colazione sul bancone<\/em>, 1979), gli orti di periferia (<em>Gli orti in fondo al quartiere<\/em>, 1983, ma anche <em>Il muro dell\u2019orto<\/em>, dello stesso anno) e infine le case popolari come nello stu\u00adpendo <em>La grande casa di via Giusti <\/em>(1981) non portano a un\u2019interpretazione politica e, ancor meno, esclusivamente politica. Sarebbe riduttivo e presup\u00adporrebbe in Antonio Tonelli una pittura che si regge su simboli e metafore, mentre la sua \u00e8 una pittura iconografica e l\u2019iconografia nulla ha a che spartire con i primi due, anche se, ben lo si comprende, non \u00e8 questa la sede per ulte\u00adriori considerazioni sull\u2019argomento.<\/p>\n\n\n\n<p>I minori, nella scala sociale e nella scala consumistica, sono portatori di valori e in particolare di un valore, la vita, proprio nel momento in cui sembrano ai margini: gli uomini dallo stile di vita ufficialmente proposto come modello, e le cose dal ciclo dei consumi. Uomini e cose hanno lo stesso destino, questa la lezione di Antonio Tonelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Per altro il tragitto, che porta ai grandi cicli della sua produzione, segue ne\u00adgli anni Sessanta due strade, o almeno cos\u00ec a me pare. Da un lato l\u2019indagine sul paesaggio, sull\u2019esterno, e Milano \u00e8 il centro non unico, ma certamente prevalente. Del 1959 \u00e8 <em>Quartiere di Milano <\/em>e del 1965 <em>Casa in costruzione <\/em>in cui \u00e8 forte il richiamo a Fernand L\u00e9ger, ma interessante \u00e8 anche <em>Paesaggio della Lunigiana <\/em>del 1960: in queste opere \u00e8 evidente la ricerca cromatica e di riflessione sulla superficie della tela. Dall\u2019altro l\u2019uomo come soggetto lo porta prima a una notevole vicinanza con la scultura (<em>Testa verde <\/em>e <em>Testa ros\u00adsa<\/em>, rispettivamente del 1969 e del 1970), per culminare nel 1971 con la serie dei <em>Viaggiatori spaziali<\/em>: l\u2019essenzialit\u00e0 del tratto e della figura sono qui le note dominanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Con questo apprendistato, con questo bagaglio e con l\u2019intenso triennio 1971-73 in cui attraverso il disegno dai tratti leggeri ma alla ricerca dei particolari fissa il proprio mondo pittorico \u2013 con tutto ci\u00f2 Antonio Tonelli approda al suo modo di lavorare per cicli.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><br>Le opere \u201cd\u2019occasione\u201d e l\u2019arte sacra<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sempre per non dimenticare il <em>vizio <\/em>del critico di classificare, si pu\u00f2 parlare tra il 1974 e il 1979 di piccoli cicli, nel senso che si snodano in un arco tem\u00adporale limitato e su un numero di opere limitate, a cui segue la stagione dei grandi cicli.<\/p>\n\n\n\n<p><em>La valigia di cartone <\/em>(1976), icona della nostra storia recente, pu\u00f2 riassumere il ciclo su <em>L\u2019emigrazione <\/em>(1974-1979), mentre un altro allora attuale tema sociale \u00e8 affrontato nel ciclo dedicato al sindacato, <em>Le 150 ore<\/em>. In <em>Il grosso martello <\/em>(1975) e in <em>La chiave a rullino <\/em>&#8211; <em>Le 150 ore <\/em>(1977) gli strumenti di lavoro e il libro, cio\u00e8 la nuova conquista sindacale, campeggiano su un tavolo di lavoro. Antonio Tonelli \u00e8 <em>attratto <\/em>in questi lavori da quello che si pu\u00f2 definire un <em>fermo immagine<\/em>: nel loro insieme gli oggetti comunicano una realt\u00e0 che \u00e8 una <em>tranche de vie<\/em>, ma lo fanno non nei termini della descrizione, semmai dell\u2019evo\u00adcazione, per cui i soggetti di quel vissuto non sono nel quadro. Sappiamo che ci sono, che esistono e, al pi\u00f9, li possiamo pensare come reificati in quegli stessi oggetti, ma non li vediamo.<\/p>\n\n\n\n<p>La conferma viene dal terzo di questi cicli, dal significativo titolo <em>Personaggi \u201celementari\u201d <\/em>(1974-79), e non nascondo la mia predilezione per <em>Bucato di fine settimana <\/em>(1978) che presenta un grande equilibrio formale e cromatico. Ma anche <em>La colazione di mezzogiorno <\/em>(1975) e <em>Camicia a righe sulla sedia <\/em>(1977) rendono appieno quel vissuto a cui accennavo.<\/p>\n\n\n\n<p>Sempre a questo ciclo appartiene <em>Omaggio a Carlo Levi <\/em>(1979), un quadro \u201ccomplesso\u201d, congiungimento ideale tra la gente del Sud e del Nord, con sullo sfondo accennate le colline di Aliano, il tipico muretto di pietra delle campagne, un piatto coperto da un secondo piatto in cui idealmente possiamo immaginare sia tenuta al caldo della pasta, il tubetto di colore, dei pennelli e un libro di Montaigne, uno degli autori preferiti del medico-pittore-scrittore.<\/p>\n\n\n\n<p>Per altro il riferimento a Carlo Levi permette di avvicinare un genere che Antonio Tonelli frequenta con una certa costanza e assiduit\u00e0 per tutta la sua carriera: la ritrattistica.<\/p>\n\n\n\n<p>Un genere oggi poco praticato, ma che, non va dimenticato, ha fatto grande la pittura lombarda e che viene qui sviluppato secondo due prospettive. A volte la persona \u00e8 ritratta quale parte integrante di un mondo di oggetti, quasi sempre in uno spazio chiuso; altre volte il volto, e soprattutto lo sguardo, cat\u00adturano l\u2019attenzione del pittore e sono il veicolo per la <em>definizione <\/em>del soggetto. Lo sguardo quasi ironico di <em>Franco De Faveri <\/em>(2006), la leggerezza sul volto di <em>Rossana Bossaglia <\/em>(2004), lo sguardo fiero di <em>Francesco Speranza <\/em>(2005) e quello <em>buono <\/em>e al tempo stesso disincantato di <em>Mario De Micheli <\/em>(2004), insie\u00adme a molti altri tra cui la moglie <em>Pina <\/em>e i figli <em>Luca <\/em>e <em>Giordano <\/em>(tutti del 1988) segnano una sorta di vocabolario fisiognomico-sentimentale.<\/p>\n\n\n\n<p>Un esempio del primo <em>tipo <\/em>di ritrattistica \u00e8 <em>Un pomeriggio nello studio<\/em>, un trittico datato 1984-87 per il ventennale della Galleria Ciovasso di Milano, in cui al centro c\u2019\u00e8 una <em>Grande natura morta (Omaggio a Renato Guttuso) <\/em>e i due laterali dal titolo <em>Un pomeriggio nello studio <\/em>presentano sulla destra due figure, e una \u00e8 un autoritratto, e sulla sinistra altre due figure, una delle quali \u00e8 la moglie Pina.<\/p>\n\n\n\n<p>La mia insistenza sul lavoro di Antonio Tonelli per cicli non deve tuttavia far dimenticare che alcune opere, e certo non secondarie, nascono da occasioni particolari e, per altro, sempre sul filo rosso della storia e della sua attualit\u00e0. \u00e8 il caso del grandioso, non solo per dimensioni, <em>L\u2019albero della libert\u00e0 <\/em>(1989) sulla rivoluzione francese per una rassegna itinerante dal titolo <em>\u00c7a ira<\/em>, o dei due coloratissimi, quasi un omaggio anche cromatico, <em>L\u2019impossibile sogno di Chauhtemoc <\/em>(1991) e <em>L\u2019alabarda sacrilega <\/em>(1992) per la <em>Rassegna d\u2019arte contem\u00adporanea per il V centenario della scoperta dell\u2019America<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il Museo Parmeggiani di Renazzo di Cento (Ferrara), sul tema della <em>Madonna del Prato <\/em>di Giovanni Bellini, Antonio Tonelli compone <em>La madre <\/em>(2001) che nell\u2019intento dell\u2019autore voleva mettere a confronto la povert\u00e0, in primo piano, e le citt\u00e0 della ricchezza sullo sfondo, ma che diventa tragica\u00admente profetico. Le due torri in disfacimento sullo sfondo richiamano le Twin Towers e\u2026 non \u00e8 ancora l\u201911 settembre 2001!<\/p>\n\n\n\n<p>La figura di Madre Teresa di Calcutta che campeggia nel quadro ora citato, consente di avvicinare un filone che non si sviluppa come ciclo autonomo e compare intorno alla fine degli anni Novanta del secolo scorso: l\u2019arte sacra. Si tratta di un avvicinamento che ha le sue radici, per ammissione dello stesso pittore, nel ripensamento della figura della madre, \u201cfervente cattolica ma non bigotta\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che qui importa sottolineare \u00e8 come Antonio Tonelli non rinunci alla propria iconografia, ma anzi la usi come richiamo storicamente eterno, cio\u00e8 sempre presente nella storia dell\u2019uomo, di una dimensione altra, che supera la storia terrena.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi spiego. Nella <em>Prima stazione della Via Crucis <\/em>(2009) per il Museo del Ghisallo di Magreglio (Como), la Crocifissione non \u00e8 un evento consegnato al passato che si \u00e8 verificato una volta e non si ripete pi\u00f9. All\u2019opposto, \u00e8 un even\u00adto eternamente e quotidianamente riproposto nella storia umana, e Antonio Tonelli lo fa inserendo nel gruppo di chiodi pronti per la Crocifissione una vite, il segno di una condizione umana di dolore. Insomma, un\u2019attualizzazione della Crocifissione che \u00e8 anche qui e ora.<\/p>\n\n\n\n<p>Oppure si veda il <em>Dittico per la Passione <\/em>(<em>Il chiodo della Passione <\/em>\u2013 <em>I dadi bla\u00adsfemi<\/em>, 1998-2003), che pu\u00f2 essere definito minimalista, dove non c\u2019\u00e8 nulla di ridondante: un chiodo piantato in un\u2019asse di legno nel primo quadro e una veste e i dadi nel secondo.<\/p>\n\n\n\n<p>E che l\u2019essenzialit\u00e0 sia il filo conduttore della produzione sacra emerge anche nello stupendo <em>All\u2019ombra della Croce <\/em>(2004), per la mostra <em>Nel segno della croce <\/em>a Castano Primo (Milano). Anzi, si pu\u00f2 parlare di una vera e propria esaltazione della sua iconografia: sullo sfondo l\u2019abbozzo di una croce e una corona di spine, chiodi, una tenaglia e in primo piano del pane e un bicchiere con vino. Il racconto evangelico e il racconto quotidiano della vita dell\u2019uomo si incontrano in un equilibrio formale e cromatico davvero interessanti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I grandi cicli<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La fine degli anni Settanta e l\u2019inizio del decennio successivo segnano l\u2019avvio della stagione dei grandi cicli, primo fra tutti quello del <em>Racconto urbano <\/em>in cui Antonio Tonelli coglie quegli aspetti umili della quotidianit\u00e0 che sono le im\u00admagini dei nostri ricordi del tempo: <em>L\u2019armadietto verde <\/em>e la <em>Camicia a quadri<\/em>, entrambi del 1980, forse meglio di altri quadri illustrano quella storia minore che il pittore sente come sua. Non in modo sentimentale, semmai come parte\u00adcipazione razionale all\u2019autenticit\u00e0 del vivere.<\/p>\n\n\n\n<p>E le cose prorompono nel ciclo successivo, <em>Orti di periferia<\/em>, dove vengono proposti non gli orti come visione d\u2019insieme, ma singoli oggetti, <em>Lo zucchino verde <\/em>(1982) o <em>La vasca da bagno nell\u2019orto <\/em>(1983) per finire con <em>La sedia gialla nell\u2019orto <\/em>(1985-86) che forse oggi si pu\u00f2 interpretare come un anticipo della sua rivisitazione di Van Gogh. L\u2019orto di Antonio Tonelli \u00e8 paradossalmente il luogo dove l\u2019uomo c\u2019\u00e8, \u00e8 passato e ha lasciato oggetti che ora in un apparente caos riposano.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte si affaccia, non solo nel titolo, ma in diversi quadri nel ciclo seguen\u00adte: <em>Nature morte nella metropoli<\/em>. Valgano per tutte le opere <em>Il galletto sgozzato <\/em>(1989) e <em>Interno 3 <\/em>(1994) dove in primo piano troviamo un coniglio scuoiato. Semmai in questo ciclo, forse emblematicamente riassumibile in <em>L\u2019angolo dei rifiuti <\/em>del 1986, Antonio Tonelli ribadisce come la morte non sia annientamen\u00adto, disfacimento, ma sia un momento dignitoso proprio nel senso di essere degno nell\u2019eterno ciclo vita-morte-vita. Tutti gli oggetti, dalla <em>Pantofola rossa <\/em>(1985) al <em>Cappellino blu <\/em>(1986) alla <em>Verza sul tavolo <\/em>(1990), sono presentati nella loro interezza, nella loro unit\u00e0, quasi che il tempo, che pure incombe (e i toni scuri degli sfondi ci rimandano a questo <em>telos <\/em>uniforme), il tempo, mi pare, sia una condizione esterna, qualcosa di effimero, che non intacca la sostanza delle cose, vale a dire la sostanza della realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 a questo punto che avviene quello sviluppo quanto mai interessante cui facevo cenno in apertura. Il dolore viene in primo piano e a partire da <em>I nostri giorni difficili <\/em>gli oggetti inanimati tendono a lasciare il posto agli esseri, vegeta\u00adli e animali, della natura. Immagini potenti pur nella sobriet\u00e0 e nell\u2019equilibrio che, ormai lo si \u00e8 capito, \u00e8 una delle cifre distintive della pittura di Antonio Tonelli. Il dolore come dimensione presente del micro e del macrocosmo \u00e8 <em>La morte dell\u2019albero <\/em>(1986) quando la scure infierisce sul tronco, \u00e8 <em>L\u2019aquila <\/em><em>insidiata <\/em>(1987) con un gioco stupendo fra l\u2019accetta di un uomo invisibile e gli artigli dell\u2019animale, \u00e8 la bocca spalancata del lupo in <em>Legittima difesa <\/em>(1994), fino al significativo titolo <em>Gli artigli del bosco <\/em>(1994) dove \u00e8 proprio l\u2019intreccio di radici e rami a dare il senso di metamorfosi implicito nel titolo. Sia chiaro, non mancano gli oggetti, e <em>Natura morta sotto l\u2019albero <\/em>(1993) con l\u2019accumulo di rifiuti alla base del vegetale lo conferma.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma lo sviluppo c\u2019\u00e8. Fino a questo momento le immagini di Antonio Tonelli volevano <em>ri-specchiare <\/em>la realt\u00e0 e il figurativo \u00e8 stato il tramite per trovare quell\u2019insieme di oggetti che, l\u00ec per caso in quel tempo e in quello spazio, dan\u00adno senso alla realt\u00e0 stessa. In questo <em>ri-specchiamento <\/em>Antonio Tonelli fissava, fermava la realt\u00e0 e teneva ben distinti i due momenti del ciclo vita-morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa <em>frattura <\/em>viene meno e la vita come lotta, movimento, fluire continuo entra nell\u2019opera e si gioca lo spazio pittorico con la morte. In diverse ope\u00adre compaiono parole legate alla lotta (<em>Combattimento di galli<\/em>, 1995-96), ma soprattutto il movimento circolare prende il sopravvento sulla disposizione pensata in termini orizzontali o verticali, comunque pi\u00f9 rettilinea, della pro\u00adduzione precedente. Sia le figure sia la pennellata guidano l\u2019occhio proprio a percepire il movimento circolare e i quadri tendono a un accentuato mono\u00adcromatismo proprio perch\u00e9 lo iato vita-morte \u00e8 caduto. <em>Giornali nel paesaggio 2 <\/em>(1996), <em>Girasoli, tubi e valvola <\/em>(1997) possono essere presi quali esempi, perch\u00e9 fin dai titoli non cambia il mondo del pittore, gli oggetti ritornano (e si pensi appunto ai giornali), ma ora \u00e8 cambiata la prospettiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 sul terreno della vita come lotta, almeno io credo, che avviene l\u2019incontro con il grande olandese nel ciclo <em>I simboli di Van Gogh<\/em>. I simboli ci sono tutti: dalla sedia impagliata (<em>La sedia di Vincent<\/em>, 1999) alle notti stellate (<em>La costella\u00adzione Vincent<\/em>, 2000), ai girasoli (<em>La danza dei girasoli<\/em>, 2000).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00e8 proprio quest\u2019ultima opera che ci pu\u00f2 guidare. Infatti, ai girasoli sullo sfon\u00addo fa da contrappeso un piatto su cui giacciono pennelli e tubi di colore aperti: il lavoro \u00e8 finito, siamo al dopo. La conferma viene da un\u2019altra opera: <em>L\u2019alba di Vincent <\/em>(2000), quasi enigmatica, in cui il cappello di paglia e la giacca sono appesi al cavalletto chiuso. Ma la domanda \u00e8 d\u2019obbligo: \u00e8 il momento che se\u00adgue una notte di lavoro, o l\u2019alba \u00e8 una nuova vita, senza il lavoro di pittore o con una nuova visione di tale operare?<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 risposta, ma credo che, attraverso l\u2019omaggio a Van Gogh, Antonio Tonelli abbia voluto fare i conti con se stesso, proporci una sorta di metapittu\u00adra personale. Ha voluto fermarsi (nel senso di riflettere, non del fare pittorico) e ha trovato in alcune immagini, il cielo stellato innanzitutto, la dimensione dichiaratamente universale, ma preferirei dire <em>utopica<\/em>, alla propria iconogra\u00adfia. Si veda <em>Il canto del gallo e dei colori <\/em>(2003) in cui \u00e8 facile il richiamo al leopardiano <em>Gallo silvestre<\/em>, archetipo della divisione tra luce e tenebre, e in cui i pennelli e i tubetti di colore aperti sono ancora in primo piano: ma \u00e8 il cielo con un sole lontano che forse sta arrivando e i girasoli che volano (le no\u00adstre idee? le nostre speranze?) ad aprire la porta verso un futuro che forse, per la prima volta, Antonio Tonelli ci presenta in una dimensione pi\u00f9 personale, soggettiva, meglio, pi\u00f9 intima, e proprio per questo ancor pi\u00f9 oggettiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei cicli precedenti gli oggetti erano caoticamente e casualmente l\u00ec a darci innanzitutto la loro dimensione terrena; ora gli oggetti, decisamente meno numerosi, sono qui ma hanno gi\u00e0 <em>inglobato <\/em>l\u2019universale, il trascendente.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli oggetti sono <em>La finestra sul cielo<\/em>, come vuole un\u2019opera del 2001, e la sal\u00advezza forse solo dal cielo pu\u00f2 venire. Cos\u00ec ci dice <em>L\u2019angelo in ritardo <\/em>(2002) che, appunto, troppo tardi arriva a togliere dalla mano di Van Gogh il rasoio, e se il dolore appare dunque una condizione inerente all\u2019esistenza, \u00e8 pur vero che un angelo c\u2019\u00e8 e la speranza \u00e8 ammessa, anch\u2019essa come parte imprescindi\u00adbile della condizione umana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Felice Bonalumi, 2011 Cinquant\u2019anni e oltre di lavoro, dunque un arco di tempo che copre la qua\u00adsi totalit\u00e0 del secondo Novecento, e una grande fedelt\u00e0 al fare pittura come luogo privilegiato di indagine sulla realt\u00e0. 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